QdL: Melfi, solo cassintegrati

C’è grande preoccupazione tra i lavoratori di Melfi sul futuro della Fiat e del suo indotto. Le recenti dichiarazioni del gruppo torinese su Fabbrica Italia e la nuova ondata di cassa integrazione – si riprenderà a lavorare solo il 26 settembre – non fanno che alimentare l’incertezza e seminare dubbi sul futuro. I lavoratori, tutti in cassa integrazione, hanno poca voglia di parlare e attendono con trepidazione il vertice di fine ottobre quando – è la speranza – se ne saprà di più, forse, sul modello che dovrà ereditare il testimone della Punto, auto pluridecorata e tuttora uno dei modelli più venduti in Italia, ma che mostra tangibili segni di vecchiaia rispetto alla concorrenza. Nei piani del Lingotto – quelli messi nero su bianco nel progetto Fabbrica Italia – l’erede della Punto sarebbe dovuta arrivare sul mercato nel 2013. E invece tutto rimandato a data da destinarsi. Le ragioni sono note: secondo Viale Marconi se il mercato non tira, non vale la pena mettere sul mercato nuovi modelli.

E così dalle linee a singhiozzo della Sata sono uscite da gennaio ad agosto di quest’anno appena 57.822 vetture, poca cosa rispetto alle aspettative e alla capacità produttiva della fabbrica lucana, che nei piani di Marchionne avrebbe dovuto inondare il mercato del segmento B con 400 mila vetture a regime ogni anno. Sono questi i numeri che fanno raggelare il sangue nelle vene dei 6 mila addetti di Melfi, cui vanno aggiunti altri 3 mila lavoratori delle aziende della componentistica, vero anello debole del sistema. Se infatti Fiat dimostra, nonostante la burrasca che sta sferzando il settore a livello europeo, di reggere grazie alle ottime performance in terra americana, sono le medie imprese dell’indotto – spesso legate da un rapporto di esclusiva con casa Fiat – a pagare il contro più salato di una crisi senza precedenti.

Secondo una recente proiezione fatta dalla Fim sono circa 800 i posti di lavoro che rischiano di andare in fumo in aziende come Lear, Proma, Stampi 4, Comer Tgs, Pcma, una volta fiore all’occhiello della produzione just-in-time e oggi con l’acqua alla gola perché le commesse latitano e le ore a disposizione di cassa integrazione – in alcuni casi già straordinaria – si assottigliano giorno dopo giorno. E con esse la fiducia di tanti lavoratori che nello spazio di pochi anni sono passati da una relativa tranquillità alla paura di perdere il lavoro. Qui c’è voglia di lavorare, di fare come in America, come i colleghi della Chrysler che con spirito di sacrificio e attaccamento alla causa hanno salvato le proprie fabbriche dalla bancarotta. Ma questa è l’Italia, non l’America. (lc)

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