QdL: Melfi chiede chiarezza

L’esito sostanzialmente interlocutorio del vertice tra governo e Fiat non sgombra del tutto le nubi che si addensano sulla Sata di Melfi e sul relativo indotto. Se la conferma che Fiat resterà in Italia rappresenta un segnale tranquillizzante, tra le maestranze del sito lucano serpeggia ancora preoccupazione sui tempi di implementazione del modello che dovrà sostituire la best seller Punto. Il nuovo ciclo di cassa integrazione annunciata per ottobre – ben tre settimane a partire dal 17 – oltre a pesare sulle buste paga non fa che alimentare il clima di incertezza e sfiducia tra i lavoratori. Il mercato non dà segni di ripresa e la situazione si sta facendo assai precaria in molte aziende della componentistica che stanno esaurendo le ore di cassa integrazione a disposizione.

E se per lo stabilimento di Pisticci, nel materano, della Pcma (gruppo Magneti Marelli) nei giorni scorsi si è raggiunto l’accordo per il ricollocamento degli 81 lavoratori in altre aziende del gruppo situate in Basilicata, altre vertenze, come quella della Commer Tgs di Melfi, che produce sedili per conto della Sata, l’opera di salvataggio si annuncia decisamente più complicata e più alto il rischio di allungare la sequenza di aziende automotive chiuse a causa della crisi di mercato. In ballo ci sono una quarantina di posti di lavoro, ma la contabilità dei posti a rischio in tutto l’indotto Fiat è ben più pesante. Si parla di circa 800 posti di lavoro in bilico, un numero che vale un quarto degli addetti complessivi dell’indotto, troppo per una regione che è tornata fanalino di coda del Mezzogiorno per reddito e occupazione e che primeggia solo nella classifica della povertà.

La Cisl, per bocca del segretario generale Nino Falotico, non solo ha rivendicato gli accordi che hanno salvato dalla chiusura Pomigliano e Grugliasco, ma ha anche rilanciato la necessità di accelerare gli investimenti per il nuovo modello a Melfi – in linea con la posizione del segretario della Fim Uliano – stigmatizzando con forza quella parte del sindacato e della classe politica locale che “smania dal fare il funerale alla Fiat”. “In questa fase allarmante – ha detto Falotico – non servono le sparate demagogiche della cassandre e dei profeti di sventura, bensì l’impegno comune di tutti per salvaguardare la più importante realtà industriale del paese e costruire una rete di sicurezza intorno al polo automobilistico lucano, messo alle strette da una crisi senza precedenti. Noi, a differenza di chi persevera nella logica del tanto peggio tanto meglio, sperando in un rapido ritorno in termini di consenso, non abbiamo alcuna intenzione di vestirci a lutto e siamo convinti che la crisi non sia irreversibile, purché Fiat faccia il proprio e le istituzioni locali e nazionali mettano in campo politiche industriali in grado di rilanciare la competitività delle aziende”. Falotico ha anche proposto la costituzione di un coordinamento meridionale degli stabilimenti Fiat “con l’obiettivo di fare massa critica e far pesare la propria voce nei confronti dell’azienda”.

Intanto, mentre si attende il confronto di fine ottobre tra Fiat e sindacati, vertice che dovrebbe fare chiarezza sui programmi di Viale Marconi per il polo lucano, la Basilicata si gioca la carta dell’innovazione tecnologica. Il Comune di Melfi, infatti, dopo un lungo contenzioso burocratico, ha aggiudicato i lavori per la realizzazione del campus tecnologico collegato allo stabilimento Fiat, progetto finanziato per 3,2 milioni di euro dalla Regione Basilicata. Un investimento che potrebbe risultare determinante per scongiurare ogni tentazione di disimpegno. (lc)

Scaricare lo speciale di Conquiste del Lavoro dedicato alla Fiat