Fiat, intervista del sito Jobnotizie.it al segretario nazionale Uliano

Con un crollo delle vendite del 24%, un numero che lo stesso numero uno di Fiat ha dichiarato di «non aver mai visto» la situazione del mercato automobilistico italiano è tra le più disastrose. Abbiamo parlato di questa crisi, e della vicenda Fiat che è ritornata sotto i riflettori in questi giorni, con chi sta seguendo passo passo le difficili trattative tra governo e azienda, Ferdinando Uliano segretario nazionale della Fim Cisl. Ci ha spiegato perché l’auto è ancora un perno centrale del nostro sistema produttivo, come fanno all’estero per evitare gli errori “all’italiana” e come si fa a convincere chi governa a sostenere l’industria e rilanciare i consumi.
Come giudica l’accordo programmatico che il governo ha stretto la settimana scorsa?
Il documento ha alcuni elementi positivi che impegnano a salvaguardare l’aspetto industriale di Fiat, e cioè gli stabilimenti italiani. Ci aspettavamo però un impegno per la politica industriale in generale, per tutte le aziende. Senza considerare che questa poteva essere un’opportunità per stringere all’angolo Fiat. Perché loro dicono che non è il momento di esporsi con finanziamenti perché il mercato non risponde.
E quindi come si dovrebbe “scuotere” i manager del Lingotto?
Un conto sarebbe stato dire: lo Stato si impegna, ora fate anche voi la parte. La nostra valutazione è che per mettere in campo risorse economiche, il momento idoneo è questo, specie se si pensa a una ripresa nel 2014, a partire da Mirafiori. Il primo di agosto dovevano iniziare i lavori per nuovo modello e poi Fiat ha bloccato tutto. Sugli altri due stabilimenti, Pomigliano e Grugliasco, son partiti investimenti con prodotti nuovi con la speranza che abbiano riscontri positivi.
Come giudicate l’impegno del governo?
Non ci sembra che il governo abbia avuto un ruolo propositivo, c’è impegno a rilanciare competitività dell’impresa ed export, e quindi almeno per questo si possono aspettare iniziative. Per quanto ci riguarda tanti imprenditori, si chiamino Marchionne o no, hanno bisogno di percepire uno Stato vicino. Non si possono fare misure con farmacisti o tassisti per rilanciare l’economia, ma con aziende che investono e quindi permettere di aiutare la crescita del Pil e dell’occupazione.
Perché in Italia non si riesce a creare un equilibrio tra delocalizzazione e tenuta occupazionale?
Siamo all’interno del mercato europeo e quindi Polonia e Romania che ci piaccia o no non sono paesi terzi. Rispetto alla situazione di paesi evoluti in Europa, la differenza la fa una serie di iniziative per incentivare investimenti e attrarli. La politica industriale in Italia si è spesso rivolta ad aziende che investono in patrimoni immobiliari e non industriali. Una leva fiscale adeguata potrebbe limitare la convenienza dell’estero. Però non bisogna dimenticarsi dei nostri primati. Ancora oggi la Lombardia e la regione tedesca Baden-Württemberg rappresentano assieme il cuore metalmeccanico dell’Europa. Spesso noi forniamo ai tedeschi qualità, convenienza, know-how. Per troppo tempo si è teorizzato che la finanza era meglio dell’industria. Oggi ci si rende conto che è importante fare impresa. Lo spread incide: se un italiano investe ha già un costo del finanziamento al 5% che disincentiva. L’approvvigionamento di risorse energetiche è svantaggioso. Un’impresa in questa condizione guarda altrove, Fiat va in Serbia perché ci sono finanziamenti per la costruzione di un nuovo impianto.
Non si può dimenticare però gli aiuti pubblici a Fiat. Una ricerca della Cgia di Mestre li ha calcolati in oltre 7,6 miliardi di euro dal 1977 ad oggi.
Non c’è un’azienda di auto che non abbia beneficiato degli interventi dello Stato: la Francia non appena Peugeot ha dichiarato la necessità di chiudere ha messo in cantiere 2 miliardo di incentivi. Per non parlare dei 6 miliardi che qualche anno fa l’azienda ha poi restituito. La stessa America, patria del liberismo, con la vicenda di Chrysler e Fiat ha è stata aiutata.
In concreto cosa chiede il sindacato?
Stiamo chiedendo aiuti per tutte le aziende. Se la fase “Crescita-Italia” è riconducibile alla timida liberalizzazione siamo vicini al rischio dell’impoverimento. Fiat è attualmente numero uno in Europa per allestimento motori a gpl e metano, una risorsa preziosa. Le macchine elettriche non sono sostenibili al momento. Qualità ed efficienza è stata esportata anche in Usa. La criticità dell’azienda è nel segmento B con la Punto che ha rappresentato uno dei modelli con maggiori vendite. Ora deve essere rivisto e rilanciato. Stiamo chiedendo di mettere in cantiere nuovo modello che è già pronto, che è stato già studiato. Non lo lanciano per preoccupazioni di un mercato che non risponde. Il nuovo modello si rivolge a un reddito medio-basso che è una fascia di popolazione che ha altre priorità in questo momento.
Non deve essere semplice fare scelte, ma gli imprenditori sono responsabili?
Infatti, non si può pensare di restare fermi fino al 2014 quando le cose, come si pensa, ripartiranno. Hanno paura di fare la fine di Peugeot che ha investito un miliardo e non lo ha recuperato. Il disegno dell’azienda è comunque un prodotto competitivo a livello internazionale. Il mercato a cui si rivolge è principalmente italiano (30%) che è in flessione del 24% ed europeo che cala del 9%. E in Italia le cose sono peggiorate dalle politiche di risanamento che incidono sulla capacità di consumi. Poi abbiamo le accise, l’Iva, l’aumento delle tasse sulle auto.
Come si sostiene l’export?
Le aziende che si rivolgono fuori dai confini sono quelle che riescono a stare a galla e i volumi li fanno solo guardando il mondo. Se il governo sostenesse queste realtà finanziariamente e anche con azioni mirate nei servizi, sarebbe un passo importante. Quando la Germania decide di investire fuori confine, c’è un sistema di alleanze che sostengono l’azienda che esporta, gli imprenditori che investono si sentono sicuri di poter contare sull’aiuto interno, a partire dal volo aereo alla tutela legale. (Christian D’Antonio)

Fonte: www.jobnotizie.it

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